| LA FASCINAZIONE DEL BRENTA E DELLE DOLOMITI |
![]() Le montagne sono la spine dorsali di un territorio - delle valli, dei paesi, delle comunità -, la struttura forte che ne collega le componenti e ne sorregge l'identità. Ogni luogo capace di elaborare una sua cultura, ha nella montagna il suo riferimento di identità, perché la montagna è lì dove si condensano le esperienze, che si riversano poi al suo dintorno. Come per la pioggia, così avviene anche per le culture. Le Alpi sono riferimento alla cultura tirolese e a quella Walser, come i Pirenei lo sono per quella Basca, come i Carpazi lo sono per le regioni centro orientali d'Europa e i Tatra costituiscono il riferimento di esperienze "condensate” per la Polonia. Se si vuole capire un paese bisogna sempre passare prima per le sue montagne. Anche l'Italia mediterranea, con tutte le sue contraddizioni, non la si può capire se non ci si addentra - prima - nell'aspro, tormentato, territorio dell'Appennino. Così è per il Trentino che trova il suo riferimento nelle Dolomiti, montagne stratificate da remote scogliere coralline, emerse al mare, e ora comprese fra due fiumi che al mare conducono, il Piave a oriente e l'Adige a occidente, ambedue confluenti nel mare Adriatico a breve distanza l'uno dall'altro, a formare la laguna su cui è sorta Venezia, porto verso l'Oriente, ma anche "porta” (del mare, delle lontananze, del mondo illiricio, danubiano, balcanico) verso la montagna. Le Dolomiti sono un "unicum” geologico e umano (in nessuna altra montagna il lavoro dell'uomo si compenetra in mondo così stretto con le rocce, la natura, suscitando nell'incontro un'esplosione di leggende, di storie, di situazioni) ma sono anche una proposta di vivibilità. Il Gruppo di Brenta fa parte delle Dolomiti, ma si trova un po' discosto, pare quasi una sentinella che le custodisce e protegge, e infatti è il loro avamposto prima della grande bastionata granitica dell'Adamello e della Presanella, delimitata dalla trincea della Val Rendena: e di una vera, grande frattura geologica si tratta, della Linea delle Giudicarie. Del resto Madonna di Campiglio è stata fin dall'Ottocento una delle prime stazioni alpinistiche delle Alpi, dove le due "scuole” di montagna, quella britannica e quella tedesca (sponsorizzata dalle frequenti visite di Sissi, l'imperatrice, e del marito Francesco Giuseppe) , si incontravano e spesso si scontravano. A Campiglio, nel 1872, è nata anche la SAT, la Società degli Alpinisti Tridentini, sorta per impedire che le montagne di casa finissero "colonizzate” da nazioni esterne: a conferma che la montagna è davvero una questione di identità, se non proprio di patriottismo. Ma il fascino del Gruppo del Brenta non sta soltanto nelle sue pareti, o nella rete dei sentieri - in gran parte attrezzati e arditi, come la ormai "mitica” Via delle Bocchette che lo attraversa in quota, sfruttandone i passaggi sulle cenge - ma piuttosto nell'armoniosa varietà dei paesaggi e nel concatenarsi dell'alta montagna con le vallate che la sorreggono e la sostengono. Il Brenta è infatti l'unico gruppo dolomitico che - nonostante i mutamenti climatici - presenta ancora, accanto alle pareti di calcare dal caldo colore rosato, una presenza estesa di nevai, vedrette, lingue di ghiaccio, cuscini di neve sospesi sulle cenge. L'alternarsi fra nevai e pareti dà grandiosità al paesaggio - lo rende simile a quello della Alpi Occidentali - e al tempo stesso lo addolcisce. Non c'è altra montagna, così a sud, dotata di un'alternanza roccia-neve così marcata. L'altro elemento caratteristico è il raccordo fra le due valli che sostengono il Brenta , la Val Rendena a ovest e la Val di Non a est, e i gruppi rocciosi centrali. Già le due valli sono diversissime fra loro (la Rendena è una linea netta, la Val di Non una sorta di altopiano esteso) ma ciò che colpisce è l'individualità spiccata delle valli minori che dalle due maggiori risalgono fin sotto le rocce. Sembrano quasi navate di un'unica immensa cattedrale e danno al gruppo, aspro nelle rocce, una dolcezza silvestre e pastorale difficilmente riscontrabile altrove. E' così per la Val Brenta, che da Sant'Antonio di Mavignola sale per gradoni e salti successivi verso la Bocca di Brenta che del massiccio è il perno e il cuore. Percorrerla è non solo una trasferta verso i rifugi di appoggio, ma un'avventura in sé, e al tempo stesso, la migliore introduzione al Brenta, un guadagnarlo passo passo. Ma altrettanto importante è l'approccio dalla Val d'Algone che sale da Stenico e porta alla Malga Movlina (sede di un antico, medievale duello rusticano per il possesso dei pascoli nel 1066) che costituisce l'accesso al settore Sud del massiccio e consente poi di riunirsi alla Val Brenta attraverso la Valagola, caratterizzata da un dolcissimo lago. Più avanti l'aspra Val d'Algone porta al rifugio omonimo, mentre dal lago di Molveno risale ai Massodi e alla Bocca di Brenta (rifugio Pedrotti) la Val delle Seghe, passando sotto l’imponente Croz dell'Altissimo, su cui si cimentarono i pionieri del Sesto Grado. Non meno affascinante è la Valle di Santa Maira Flavona, che risale da Tuenno, in valle di Non, e dal Lago di Tovel, che fino al 1964 presentava un eccezionale fenomeno di arrossamento delle acque dovuto a una particolarissima alga che tingeva l'acqua fin quasi a farla diventare sangue. E' questo il regno dell'orso, che da sempre popola il Brenta (non si è mai estinto) ma che da una decina d'anni è stato oggetto di un piano di ripopolamento fino a portarne la presenza a una decina di esemplari. La Val Flavona termina al passo del Grosté e si ricongiunge con il percorso che sale da Campiglio e dal Passo di Campo Carlomagno. Qui si riunivano i pastori e i falciatori che salivano per la fienagione dalla valle di Non, dalla valle di Sole e dalla Rendena. Era un luogo di fatica, Carlomagno, ma anche di incontri fra famiglie di valli e paesi diversi : e si stringevano amicizie, si intonavano canti la sera attorno ai fuochi, nascevano amori, si combinavano matrimoni. In epoche più antiche il passo, il cui nome storico è Ginevria, aveva però visto altri, meno pacifici passaggi, quando i cavalieri di Carlo Magno, quattromila lance secondo i cronisti dell'epoca, bivaccarono nell'ampia spianata prima di scendere lungo la Rendena verso il Lago di Garda e la pianura padana per prendere alle spalle i Longobardi di Desiderio. da l'ECo delle Dolomiti n 6 www.ecodelledolomiti.net |

